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I due Foscari Libretto

I Due Foscari

Prima esecuzione assoluta il 3.11.1844, Teatro Argentina, Roma

Opera in 3 atti, musica di Giuseppe Verdi, Libretto di Francesco Maria Piave dall'opera omonima di Lord Byron



 

 


Atto I

 

Scena I

Una sala nel palazzo Ducale di Venezia.
Dì fronte veroni gotici, da' quali scorge parte della città 
e della laguna a chiaro di luna.
A destra due porte, una che mette negli appartamenti del Doge,
l'altra all'ingresso comune;
a sinistra altre due porte che guidano all'aula del Consiglio dei Dieci,
ed alle torce di cera, sostenute da bracci di legno sporgenti dalle pareti.

Il Consiglio dei Dieci a Giunta vanno raccogliendosi.


CORO 1
Silenzio . . .

CORO 2
Mistero . . .

CORO 1
Qui regnino intorno.

CORO 2
Qui veglia costante, la notte ed il giorno
sul veneto fato di Marco il Leon.

TUTTI
Silenzio, mistero
Venezia fanciulla
nel sen di quest'onde protessero in culla,
e il fremer del vento fu prima canzon.
Silenzio, mistero la crebber possente
de' mari signora temuta, prudente
per forza e sapere,
per gloria e valor.
Silenzio, mistero
la serbino eterna,
sien l'anima prima di chi la governa . . .
Ispirin per essa timore ed ardor.

(Barbarigo e Loredano entrano dalla comune.)


BARBARIGO
Siam tutti raccolti?

CORO
Il numero è pieno.

LOREDANO
E il Doge? . . .

CORO
Tra i primi qui giunse sereno:
De' Dieci nell'aula poi tacito entrò.

TUTTI
Or vadasi dunque, giustizia ne attende,
giustizia che eguali qui tutti ne rende,
giustizia che spendido qui seggio posò.
Silenzio, giustizia, silenzio, mister!

(Entrano nell'aula del Consiglio.)

(Jacopo Foscari viene dal carcere preceduto dal Fante,
fra i Comandadori.)


FANTE
Qui ti rimani alquanto
finchè il Consiglio te di nuovo appelli.

JACOPO
Ah sì, ch'io senta ancora, ch'io respiri
aura non mista a gemiti e sospiri.
(Il Fante entra in Consiglio.)
Brezza del suol natìo,
il volto a baciar voli all'innocente! . . .
(appressandosi al verone)
Ecco la mia Venezia! . . . ecco il suo mare! . . .
Regina dell'onde, io ti saluto! . . .
Sebben meco crudele,
io ti son pur de'figli il più fedele.
Dal più remoto esilio,
sull'ali del desìo,
a te sovente rapido
volava il pensier mio;
come adorata vergine
te vagheggiando il core,
l'esillo ed il dolore
quasi sparian per me.

(Il Fante viene dal Consiglio.)


FANTE
Del Consiglio alla presenza
vieni tosto, e il ver disvela.

JACOPO
(Al mio sguardo almen vi cela,
ciel pietoso, il genitor!)

FANTE
Sperar puoi pietà , clemenza . . .

JACOPO
Chiudi il labbro, o mentitor.
Odio solo, ed odio atroce
in quell'anime si serra;
sanguinosa, orrenda guerra
da costor si farà .
Ma sei Foscari, una voce
va tuonandomi nel core;
forza contro il loro rigore
l'innocenza ti darà .

(Tutti entrano nella sala del Consiglio.)

Scena II

Sala nel palazzo Foscari.

Vi sono varie porte all'intorno con sopra ritratti dei Procuratori,
Senatori, ecc., della famiglia Foscari.
Il fondo è tutto da gotici archi, a traverso i quali si scorge il Canalazzo,
ed in lontano l'antico ponte di Rialto.
La sala è illuminata da grande fanale pendente nel mezzo.

(Lucrezia esce precipitosa da una stanza,
seguita dalle ancelle che cercano trattenerla.)


PISANA
Nuovo esilio al tuo nobil consorte del
Consiglio accordò la clemenza . . .

LUCREZIA
La clemenza? . . . s'aggiunge lo scherno! . . .
D'ingiustizia era poco il delitto?
Sì condanna e s'insulta l'afflitto
di clemenza parlando e pietà ?
O patrizi, tremate . . . l'Eterno
l'opre vostre dal cielo misura . . .
D'onta eterna, d;immensa sciagura
egli giusto pagarvi saprà .

PISANA e CORO
Ti confida; premiare l'Eterno
l'innocenza dal cielo vorrà .

Scena III

Sala come alla prima scena.

(Membri del Consiglio de'Dieci a della Giunta
vengono dall'aula.)


CORO I
Tacque il reo!

CORO II
Ma lo condanna
allo Sforza il foglio scritto.

CORO I
Giusta pena al suo delitto
nell'esilio troverà .

CORO II
Rieda a Creta.

CORO I
Solo rieda.

CORO II
Non sì celi la partenza . . .

TUTTI
Imparziale tal sentenza
il Consiglio mostrerà .
Al mondo sia noto
che qui contro i rei,
presenti o lontani,
patrizi o plebei,
veglianti son leggi d'eguale poter.
Qui forte il leone col brando, coll'ale
raggiunge, percuote qualunque mortale
che ardito levasse un detto, un pensier.

(Escono tutti.)


Scena IV

Stanze private del Doge. Una gran tavola coperta di damasco,
con sopra una lumiera di argento; una scrivania e varie carte;
di fianco un gran seggiolone.

(Il Doge, appena entrato, si abbadona sul seggiolone.)


DOGE
Eccomi solo alfine . . .
Solo! . . . e il sono io forse?
Dove de'Dieci non penetra l'occhio?
Ogni mio detto o gesto,
il pensiero perfino m'è osservato . . .
Prence e padre qui sono sventurato!
O vecchio cor, che batti
come ai prim'anni in seno,
fossi tu freddo almeno
come l'avel t'avrà ;
ma cor di padre sei,
vedi languire un figlio;
piangi pur tu, se il ciglio
più lagrime non ha.

(Entra un servo, poi Lucrezia Contarini.)


SERVO
L'illustre dama Foscari.

DOGE
(Altra infelice!) Venga.
(Il servo parte.)
(Non iscordare, Doge, chi tu sia.)
(a Lucrezia! Andandole incontro)
Figlia . . . t'avanza . . . Piangi?

LUCREZIA
Che far mi resta, se mi mancan folgori
a incenerir queste canute tigri
che de'Dieci s'appellano Consiglio? . . .

DOGE
Donna, ove parli, e a chi, rammenta . . .

LUCREZIA
Il so.

DOGE
Le patrie leggi qui dunque rispetta . . .

LUCREZIA
Son leggi ai Dieci or sol
odio e vendetta.
Tu pur lo sai che giudice
in mezzo a lor sedesti,
che l'innocente vittima
a'piedi tuoi vedesti;
e con asciutto ciglio
hai condannato un figlio . . .
L'amato sposo rendimi,
barbaro genitor.

DOGE
Oltre ogni umano credere
è questo cor piagato! . . .
Non insultarmi, piangere
dovresti sul mio fato . . .
Ogni mio mio ben darei . . .
gli ultimi giorni miei,
perchè innocente e libero
fosse mio figlio ancor.

LUCREZIA
L'amato sposo rendimi,
barbaro genitor.
Di sua innocenza dubiti?
Non la conosci ancora?

DOGE
Sì . . . ma intercetto un foglio
chiaro lo accusa, o nuora.

LUCREZIA
Sol per veder Venezia
vergò; perdè lo scritto.

DOGE
È ver, ma fu delitto . . .
LUCREZIA
E aver ne dêi pietà .

DOGE
Vorrei . . . nol posso . . .

LUCREZIA
Ascoltami:
Senti il paterno amore . . .

DOGE
Commossa ho tutta l'anima . . .

LUCREZIA
Deponi quel rigore . . .

DOGE
Non è rigore . . . intendi?

LUCREZIA
Perdona, a me t'arrendi . . .

DOGE
No . . . di Venezia il principe
in ciò poter non ha.

LUCREZIA
Se tu dunque potere non hai,
vieni meco pel figlio a pregare . . .
Il mio pianto, il tuo crine, vedrai,
potran forse ottenere pietà .
Questa almeno, quest'ultima prova,
ci sia dato, signor, di tentare;
l'amor solo di padre ti mova,
s'ora il Doge potere non ha.

DOGE
(O vecchio padre misero,
a che ti giova trono,
se dar non puoi, né chiedere
giustizia, né perdono
pel figlio tuo, ch'è vittima
d'involontario error?
Ah, nella tomba scendere
m'astringerà  il dolor!)

LUCREZIA
Tu piangi . . . la tua lagrima
sperar mi lascia ancor!





Atto II



 

Scena I

Le prigioni di Stato.
Poca luce entra da uno spiraglio praticato nell'alto del muro.
Alla destra un'angusta scala per cui si ascende al palazzo.

(Jacopo Foscari è seduto sopra un masso.)


JACOPO
Notte! Perpetua notte che qui regni!
Siccome agli occhi il giorno,
potessi almen celare al pensier mio
il fine disperato che m'aspetta!
Tôrmi postessi alla costor vendetta!
Ma, o ciel! . . . che mai vegg'io! . . .
(S'alza spaventato.)
Sorgon di terra mille e mille spettri!
Han irto crin . . .
guardi feroci, ardenti!
A sè mi chiaman essi! . . .
Uno s'avanza! . . . ha gigantesche forme!
Il suo reciso teschio
ferocemente colla manca porta! . . .
A me lo addita . . . e colla destra mano
mi getta in volto il sangue che ne cola!
Ah! Lo ravviso! . . . è desso . . .
è Carmagnola!
Non maledirmi, o prode,
se son del Doge il figlio;
de'Dieci fu il Consiglio
che a morte ti dannò!
Ah! Me pure sol per frode
vedi quaggiù dannato,
e il padre sventurato
difendermi non può . . .
Cessa . . . la vista orribile
più sostener non so.

(Cade boccone per terra.)

(Lucrezia Contarini scende dalla scala.)

LUCREZIA
Ah, sposo mio! . . . che vedo?
Me l'hanno forse ucciso i maledetti,
e per maggiore qui tratta
a contemplar la salma?
Ah, sposo mio!
(Gli palpa il cuore.)
Vive ancor!
Quale freddo sudore!
Vieni, amico, ti posa sul mio cor.

JACOPO
(sempre delirando)
Verrò . . .

LUCREZIA
Che di'?

JACOPO
M'attendi, orrendo spettro . . .

LUCREZIA
Son io . . .

JACOPO
Che vuoi? . . . Vendetta?

LUCREZIA
Non riconosci la sposa tua?

JACOPO
Non è vero! . . .
(Lucrezia lo abbraccia con trasporto.)
Ah, sei tu?

LUCREZIA
Ah, ti posa sul mio cor.

JACOPO
Fia vero! Fra le tue braccia ancor?
Respiro!
Fu dunque sogno . . . orrendo sogno il mio!
Il carnefice attende? L'estremo addio
vieni ora a darmi?

LUCREZIA
(piangendo)
No.

JACOPO
E i figli miei, mio padre?
Saran dischiuse loro queste porte,
pria che il sonno mi copra della morte?

LUCREZIA
No, non morrai; ché i perfidi
peggiore d'ogni morte,
a noi, clementi, serbano
più orribile una sorte.
Tu viver dêi morendo
nel prisco esilio orrendo . . .
Noi desolati in lagrime
dovremo qui languir.

JACOPO
Oh, ben dicesti! All'esule
più crudo della morte
da'suoi lontano è il vivere!
O figli, o mia consorte!
Ascondimi quel pianto . . .
Su questo core affranto
mi piomban le tue lagrime
a crescerne il soffrir.

(S'ode una lontana musica di voci e suoni.)

VOCI
Tutta è calma la laguna;
Voga, voga, gondolier.

JACOPO
Quale suono?

VOCI
Batti l'onda e la fortuna
ti secondi, o gondolier.

LUCREZIA
È il gondoliero,
che pel liquido sentiero
provar debbe il suo valor.

JACOPO
Là  si ride, qui si muor.
Maledetto chi mi toglie
a' miei cari, al suol natìo;
sul mio capo piombi Iddio
l'abominio e il disonor.
Speranza dolce ancora
non m'abbandona il core:
Un giorno il mio dolore
con te dividerò.
Vicino a chi s'adora
men crude son le pene;
perduto ogn'altro bene,
dell'amour tuo vivrò.

LUCREZIA
Speranza dolce ancora
non m'abbandona il core,
l'esilio ed il dolore
con te dividerò.
Vicino a chi s'adora
men crude son le pene:
perduto ogn'altro bene,
dell'amor tuo vivrò, ecc.

(Il Doge, avvolto in ampio e nero mantello, entra nel carcere,
preceduto da un servo con fiaccola, che depone e parte.)


JACOPO e LUCREZIA
(correndogli incontro)
Ah, padre!

DOGE
Figlio! Nuora!

JACOPO
Sei tu?

LUCREZIA
Sei tu?

DOGE
Son io. Volate al seno mio.

TUTTI
Provo una gioia ancor!

DOGE
Padre ti sono ancora,
lo credi a questo pianto;
il volto mio soltanto
fingea per te rigor.

JACOPO
Tu m'ami?

DOGE
Sì.

JACOPO
Oh contento!
Ripeti il caro accento.

DOGE
T'amo, sì, t'amo, o misero.
Il Doge qui non sono.

JACOPO
Come è soave all'anima
della tua voce il suono!

DOGE
Oh figli, sento battere
Il vostro sul mio cor!

JACOPO e LUCREZIA
Così furtiva palpita
la gioia nel dolor!

JACOPO
Nel tuo paterno amplesso
io scordo ogni dolore.
Mi benedici adesso,
dà  forza a questo core,
e il pane dell'esilio
men duro fia per me . . .
Questo innocente figlio
trovi un conforto in te.

DOGE
Abbi l'amplesso estremo
d'un genitor cadente;
il giudice supremo
protegga l'innocente . . .
Dopo il terreno esilio
giustizia eterna v'è.
Al suo cospetto, o figlio,
comparirai con me.

LUCREZIA
(Di questo affanno orrendo
farai vendetta, oh cielo,
quando nel dì tremendo
sì squarcerà  ogni ciglio
il giusto, il reo qual è!)
Dopo il terreno esilio,
sposo, sarò con te.

(Restano abbracciati piangendo;
il Doge si scuote.)


DOGE
Addio . . .

JACOPO e LUCREZIA
Parti?

DOGE
Conviene.

JACOPO
Mi lasci in queste pene?

DOGE
Il deggio.

LUCREZIA
Attendi.

JACOPO
Ascolta. Ti rivedrò?

DOGE
Una volta . . .
Ma il Doge vi sarà !

JACOPO e LUCREZIA
E il padre?

DOGE
Soffrirà .
S'appressa l'ora . . . Addio . . .

JACOPO
Ciel! . . . chi m'aita?

(Entra Loredano preceduto dal Fante del Consiglio
e da quattro custodi con fiaccole.)


LOREDANO
(dalla soglia)
Io.

LUCREZIA
Chi? Tu!

JACOPO
Oh ciel!

DOGE
Loredano!

LUCREZIA
Ne irridi, anco, inumano?

LOREDANO
(freddamente a Jacopo)
Raccolto è già  il Consiglio;
vieni, di là  al naviglio
che dee tradurti a Creta . . .
Andrai . . .

LUCREZIA
Io pur.

LOREDANO
Tel vieta
de'Dieci la sentenza.

DOGE
(ironico)
Degno di te è il messagio!

LOREDANO
Se vecchio sei, sii saggio.
(ai custodi)
S'affretti la partenza.

JACOPO e LUCREZIA
Padre, un amplesso ancora.

DOGE
Figli . . .

LOREDANO
Varcata è l'ora.

JACOPO e LUCREZIA
(a Loredano)
Ah sì, il tempio che mai non s'arresta
rechi pure a te un'ora fatale,
e l'affanno che m'ange mortale,
più tremendo ricada su te.
Il rimorso in quell'ora funesta
ti tormenti, o crudele, per me.

DOGE
(a Jacopo e Lucrezia)
Deh, frenate quest'ira funesta;
l'inveire, o infelice, non vale!
S'eseguisca il decreto fatale . . .
Sparve il padre,
ora il Doge sol v'è.
La giustizia qui mai non s'arresta:
Obbedire a sue leggi si de'.

LOREDANO
(da sè, guardandoli con disprezza)
(Empia schiatta al mio sangue funesta,
a difenderti un Doge non vale;
per te giunse alfin l'ora fatale
sospirata cotanto da me.)
La Giustizia qui mai non s'arresta,
obbedire a sue leggi si de'.

(Jacopo parte fra i custodi preceduto da Loredano,
e seguito lentamente dal Doge, che si appoggia a Lucrezia.)


Scena II

Sala del Consiglio dei Dieci.
I Consiglieri e la Giunta, tra i quali Barbarigo,
van raccogliendosi.


CORO I
Che più si tarda?

CORO II
Affrettisi ormai questa partenza.

CORO I
Inulte l'ombre fremono,
ne accusan d'indolenza.

CORO II
Parta l'iniquo Foscari . . .
Ucciso egli ha un Donato.

CORO I
Per istranieri principi
l'indegno ha parteggiato.

TUTTI
Non fia che di Venezia
ei sfugga alla vendetta . . .
Giustizia incorruttibile
non fia qui mai negletta!
Baleni, e come folgore
punisca il traditor;
mostri ai soggetti popoli
un vigile rigor.

(Entra il Doge, che preceduto da Loredano, dal Fante del Consiglio
e dai Comandadori, e seguito dai paggi,
va gravemente a sedere sul trono.
Lui seduto, tutti fanno lo stesso.)


DOGE
O patrizi . . . il voleste . . .
eccomi a voi . . .
Ignoro se il chiamarmi ora in Consiglio
sia per tormento al padre,
oppure al figlio;
ma il voler vostro è legge . . .
Giustizia ha i dritti suoi . . .
M'è d'uopo rispettarne anco il rigore . . .
Sarò Doge nel volto,
e padre in core.

CORO
Ben dicesti.
Il reo s'avanza . . .

DOGE
(Dona, o ciel, a me costanza!)

(Jacopo entra fra quattro custodi.)


LOREDANO
Legga il reo la sua sentenza.
(Dà  una pergamena al Fante,
che la consegna a Jacopo, il quale legge.)

Del consiglio la clemenza
or la vita ti donò.

JACOPO
(restituisce la pergamena)
Nell'esilio io morrò . . .
Non hai, padre, un solo detto
pel tuo Jacopo reietto?
Se tu parli, se tu preghi,
non sarà  chi grazia neghi . . .
Pregar puoi; sono innocente;
il mio labbro a te non mente.

CORO
Non s'inganna qui la legge,
qui giustizia tutto regge.

DOGE
Il Consiglio ha giudicato;
parti, o figlio, rassegnato.

(S'alza, tutti lo imitano.)

JACOPO
Mai più dunque ti vedrò?

DOGE
Forse in cielo, in terra no.

JACOPO
Ah, che di'? Morir mi sento.

LOREDANO
(ai custodi che gli si pongono al fianco,
e si avviano)
Da qui parta sul momento.

(Lucrezia Contarini si presenta sulla soglia coi due figli,
seguita da varie dame sue amiche e dalla Pisana.)


LUCREZIA
No . . . crudeli!

JACOPO
Ah, i figli miei!

(Corre ad abbracciarli.)

DOGE, BARBARIGO, CONSIGLIERI e FANTE
(Sventurata! . . . Qui costei!)

LOREDANO, DOGE, BARBARIGO, CONSIGLIERI
Quale audacia vi guidò?

JACOPO
Miei figli! Miei figli!
(Prende i due fanciulli piangenti,
e li pone in ginocchio ai piedi del Doge.)

Queste innocente lagrime
ti chiedono perdnono . . .
A lor m'unisco, e supplice
a' piedi del tuo trono,
padre, ti grido, implorami,
concedimi pietà .

LUCREZIA
(ai Consiglieri)
O voi, se ferrea un'anima
non racchiudete in petto,
se mai provaste il tenero
di padri e figli affetto,
quelle strazianti lagrime
vi muovano a pietà .

BARBARIGO
(a Loredano)
Ti parlin quelle lagrime,
o Loredano, al core;
quei pargoli disarmino
l'atroce tuo furore;
almeno per quei miseri
t'inchina alla pietà .

LOREDANO
(a Barbarigo)
Non sai che in quelle lagrime
trionfa una vendetta,
che qual rugiada scendono
al cor di chi l'aspetta,
che per gli alteri Foscari
sentir non vo' pietà ?

CONSIGLIERI
(alle dame)
Son vane ora le lagrime;
provato è già  il delitto:
Non fia ch'esse cancellino
quanto giustizia ha scritto;
esempio sol dannabile
sarebbe la pietà .

PISANA e DAME
(ai Consiglieri)
Queele innocenti lagrime
muovano il vostro core;
in voi clemenza ispirino,
ne plachino il rigore;
di pace come un'iride
qui brilli la pietà .

DOGE
(Non ismentite, o lagrime,
la simulata calma:
A ognuno qui nascondasi
l'affanno di quest'alma . . .
Ne' miei nemici infondere
non potria la pietà .)

LOREDANO
Parta . . . perché ancor s'esita?
Parta lo sciagurato.

LUCREZIA
La sposa, i figli seguano,
dividano il suo fato . . .

JACOPO
Ah sì . . .

LOREDANO
Costor rimangano:
La legge omai parlò.

(Toglie i figli dalle braccia di Jacopo
e li consegna ai Commandadori.)


JACOPO
(al Doge)
Ai figli tu dell'esule
sii padre e guida almeno . . .
Tu li proteggi . . .

DOGE
(Misero!)

JACOPO
Vedi, al sepolcro in seno,
illagrimata polvere
fra poco scenderò.

DOGE, LOREDANO, e CONSIGLIERI
Parti . . . t'è forza cedere:
la legge omai parlò.

LUCREZIA, PISANA, BARBARIGO e DAME
Affanno più terribile
chi mai (in terra chi) provò?


(Jacopo parte fra le guardie,
Lucrezia sviene fra le braccia delle donne; tutti si ritirano.)






Atto III


 

 

Scena I

L'antica piazetta di San Marco.
Il canale è pieno di gondole che vanno e vengono.
Di fronte vedesi l'isola dei Cipressi, ora San Giorgio.
Il sole volge all'occaso.

La scena, da principio vuota, va riempiendosi
di popolo e maschere, che entrano da varie parti, s'incontrano,
si riconoscono, passeggiano. Tutto è gioia.


CORO I
Alla gioia!

CORO II
Alle corse, alle gare . . .

CORO I
Sia qui lieto ogni volto, ogni cor.

TUTTI
Figlia, sposa, signora del mare.
è Venezia un sorriso d'amor.

CORO I
Come specchio l'azzurra laguna
le raddoppia il fulgore del dì.

CORO II
Le sue notti inargenta la luna,
nè le grava se il giorno sparì.

TUTTI
Alle gioie, ecc.

(Entrano Loredano e Barabrigo mascherati, a parte.)

BARBARIGO
Ve'! Come il popol gode! . . .

LOREDANO
A lui non cale
se Foscari sia Doge o Malipiero.
(Si avanza fra il popolo.)
Amici . . . che s'aspetta?
Le gondole son pronte; omai la festa
coll'usata canzone incominciamo.

CORO
Sì, ben dicesti.
Allegri, orsù cantiamo.
(Tutti vanno alla riva del mare, coi fazzoletti bianchi
e coi gesti animano i gondolieri colla seguente barcarola:)

Tace il vento, è queta l'onda;
mite un'aura l'accarezza . . .
Dêi mostrar la tua prodezza;
prendi il remo, o gondolier.
La tua bella dalla sponda
già  t'aspetta palpitante;
per far lieto quel sembiante
voga, voga, o gondolier,
fendi, scorri la lagnuna,
che dinanzi a te si stende;
chi la palma ti contende
non ti vinca, o gondolier.
Batti l'onda, e la fortuna
assecondi il tuo valore . . .
Alla bella vincitore
torni lieto il gondolier.

(Escono dal palazzo ducale due trombettieri
seguiti dal Messer Grande.
I trombettieri suonano, ed il poplo si ritira.
Anchele gondole scompariscono dal canale, ov'è una galera,
su cui sventola il vessillo di San Marco.)


POPOLO
(udite le trombe.)
La guistizia del Leone! . . .
Finchè passi . . . via di qua


(Si ritirano e si tengono a molta distanza.)


BARBARIGO
Di timor non v'ha ragione!

LOREDANO
Questo volgo ardir non ha.

(Sbarca dalla galera il Sopracomito,
a cui il Messer Grande consegna un foglio.
Dal ducale palazzo poi esce lentamente fra i custodi Jacopo Foscari,
seguito da Lucrezia e dalla Pisana.)


JACOPO
Donna infelice, sol per me infelice,
vedova moglie a non estinto sposo,
addio . . . fra poco un mare
tra noi s'agiterà  e per sempre! Almeno
tutte schiudesse ad ingoiarmi, tutte
le sirti del suo seno.

LUCREZIA
Taci, crudel, deh taci!

JACOPO
L'inesorabil suo core di scoglio,
più di costor pietoso,
frangesse il legno, ed una pronta morte
quest'esule togliesse
al suo lento morire . . .
Paghi gli odi sariano e il mio desire.

LUCREZIA
E i figli? E il padre? Ed io?

JACOPO
Da voi lontano è morte il viver mio.
All'infelice veglio
conforta tu il dolore,
dei figli nostri in core
tu ispira la virtù.
A lor di me favella,
di' che innocente io sono,
che parto, che perdono,
che ci vedrem lassù.

LUCREZIA
Cielo, s'affretti al termine
la vita mia penosa!

JACOPO
Di Contarini e Foscari
mostrati figlia e sposa!
Che te non veggan piangere;
gioire alcun ne può.

LOREDANO
(imperiosamente al Messer Grande)
Messer, a che più indugiasi?
Parta, n'è tempo omai.

JACOPO e LUCREZIA
Chi sei?

LOREDANO
(levandosi per un istante la maschera.)
Ravvisami.

JACOPO
Oh ciel, chi veggio mai!
Il mio nemico demone!

JACOPO e LUCREZIA
Hai d'una tigre il cor!

JACOPO
Ah padre, figli, sposa,
a voi l'addio supremo!
In cielo un giorno avremo
merce' di tal dolor.

LUCREZIA
Ah, ti rammenta ognora
che sposo e padre sei,
ch'anco infelice dê
vivere al nostro amor.

PISANA, BARBARIGO e CORO
(Frenar chi puote il pianto
a vista sì tremenda!
Troppo, infelici, è
tal pena ad uman cor!)

LOREDANO
(Comincia la vendetta
tant'anni desiata.
O stirpe abbominata,
m'è gioia il tuo dolor!)

JACOPO
In cielo un giorno avremo
merce' di tal dolor!
Sposo addio!

(Jacopo, scortato dal Sopracomito e dai custodi,
sale sulla galera. Lucrezia sviene tra le braccia della Pisana;
Loredano entra nel palazzo ducale;
Barbarigo s'avvia per altra strada; il popolo si disperde.)


Scena II

Stanze private del Doge come nell'atto primo.

(Il Doge entra afflitto.)


DOGE
Egli ora parte! . . . Ed innocente parte! . . .
Ed io non ebbi per salvarlo un detto! . . .
Morte immatura mi rapia tre figli!
Io, vecchio, vivo
per vedermi il quarto
tolto per sempre da un infame esilio!
(Depone il corno.)
Oh, morto fossi allora,
che quest'inutil peso
sul capo mio posava!
Almen veduto avrei
d'intorno a me spirante i figli miei!
Solo ora sono! . . . e sul confin degli anni
mi schiudono il sepolcro atroci affanni.

(Barbarigo entra frettoloso, recando un foglio.)


DOGE
Barbarigo, che rechi!

BARBARIGO
Morente
a me un Erizzo inviò questo scritto.
Da lui solo Donato trafitto
ei confessa, ed ogn'altro innocente . . .

DOGE
Ciel pietoso! Il mio affanno hai veduto!
A me un figlio volesti reso!

(Entra Lucrezia, desolata.)

LUCREZIA
Ah, più figli, infelice, non hai.
Nel partir l'innocente spirò . . .

DOGE
Ed il cielo placato sperai!
Me infelice! Più figlio non ho!
(Si abbandona sul seggiolone.)


LUCREZIA
Più non vive! L'innocente
s'involava a'suoi tiranni;
forse in cielo degli affanni
la mercede ritrovò.
Sorga in Foscari possente
più del duolo or la vendetta . . .
Tanto sangue un figlio aspetta,
quante lagrime versò.

(Parte.)

(Entra un servo.)


SERVO
Signor, chiedon parlarti i Dieci . . .

DOGE
I Dieci!
(Che bramano da me? . . .)
(al servo che esce)
Entrino tosto.
A quale onta novella
mi serbano costoro?

(Barbarigo, i membri del Consiglio dei Dieci e della Giunta,
fra i quali è Loredano, entrano gravemente
e dopo inchinato il Doge, gli si dispongono intorno.)


DOGE
O nobili signori, che si chiede da me? . . .
V'ascolta il Doge.

(Si ripone in capo il corno ducale.)

LOREDANO
Il Consiglio convinto ed il Senato,
che gli anni molti e il tuo grave dolore
imperiosamente
ti chieggono un riposo, ben dovuto
a chi tanto di patria ha meritato,
dall cure ti liberan di Stato.

DOGE
Signori? . . . ho ben intesto?

LOREDANO
Uniti or qui ne vedi
a ricever da te l'anel ducale . . .

DOGE
(alzandosi impetuoso)
Da me non l'otterrà  forza mortale! . . .
Due volte in sette lustri,
dacchè Doge io sono, ben due volte
chiesi abdicare,
e mel negaste voi . . .
Di più . . . a giurar fui stretto . . .
che Doge morirei!
Io, Foscari, non manco a' giuri miei.

CORO
Cedi, cedi, rinunzia al potere
o il Leone t'astringe a obbedir.

DOGE
Questa dunque è l'iniqua mercede,
che serbaste al canuto guerriero?
Questo han premio il valore e la fede,
che han protetto, cresciuto l'impero?
A me padre un figliuolo innocente
voi strappaste, crudeli, dal core!
A me Doge pegli anni cadente
or del serto si toglie l'onor!

CORO
Pace piena godrai
fra tuoi cari;
cedi alfine, ritorna a' tuoi lari.

DOGE
Fra miei cari? . . . Rendetemi il figlio:
Desso è spento . . . che resta?

CORO
Obbedir.

DOGE
Che venga a me, se lice.
la vedova infelice . . .
(Uno esce.)
A voi l'anello . . . Foscari
più Doge non sarà .
(Consegna l'anello ad un Senatore.)

(Entra Lucrezia.)


LUCREZIA
Padre . . . mio prence . . .

DOGE
Principe!
Lo fui, or più nol sono.
Chi m'uccideva il figlio
ora mi toglie il trono . . .
Vieni, fuggiam di qui.


(Prende per mano Lucrezia e s'avvia,
quando è colpito dal suono delle campane di San Marco.)

Che ascolto! . . . Oh ciel! Salutano
Me vivo un successor!

LOREDANO
(avvicinandosi al Doge con gioia)
In Malipier di Foscari
s'acclama il successor.

BARBARIGO e CORO
(a Loredano)
Taci, abbastanza è mistero;
rispetta il suo dolor.

LUCREZIA
(Oh cielo! Già  di Foscari
s'acclama il successor!)

DOGE
(Quel bronzo ferale
che all'alma rimbomba,
mi schiude la tomba,
sfuggirla non so.
D'un odio infernale
la vittima sono . . .
Più figli, più trono,
più vita non ho!
Quel bronzo ferale, ecc.)

LUCREZIA
(Quel bronzo ferale
che intorno rimbomba,
com'orrida tromba
vendetta suonò.)
(al Doge)
Nell'ora fatale
sii grande, sii forte,
maggior della sorte
che sì t'oltraggiò.

LOREDANO
Il suono ferale
che intorno rimbomba,
com'orrida tromba
vendetta suonò.
Quest'ora fatale
bramata dal core,
più dolce fra l'ore
alfine suonò.

BARBARIGO e CORO
Tal suono ferale
che all'alma rimbomba,
più presto la tomba
dischiudergli può.
Ah, troppo fatale
quest'ora tremenda:
La sorte più orrenda
su desso gravò.

DOGE
Ah, morte è quel suono!

LUCREZIA
Fa core . . .

DOGE
Mio figlio! . . .
(Cade morto.)


LOREDANO
(scrivendo sopra un portafoglio che trae dal seno)
"Pagato ora sono!"

TUTTI
D'angoscia spirò!

F I N E